Protagonisti a Ponte Lambro

Renzo Piano Gli standard del verde sono stati rispettati. Certo, queste due barre residenziali sono nate male, in senso socio-economico. Perché il Ponte Lambro è stato costruito come un quartiere dormitorio. Ecco l’errore storico: progettare dormitori anziché pezzi di città. Pensare di rimediare facendo tabula rasa è un altro sbaglio grossolano. Non bisogna distruggere, bisogna trasformare. Per questo occorre il bisturi, non la ruspa. E neppure il bisturi è sempre abbastanza preciso».
Da dove comincia il restauro al Ponte Lambro? 
Renzo Piano  «Si comincia riportando la vita. E la vita non è soltanto dormire e consumare. La vita è produrre. Dunque porteremo attività produttive, laboratori, terziario, artigianato. Per conto degli assessori Verga e Del Debbio, sei ragazzi coordinati dagli architetti Rossi e Di Blasi stanno già lavorando al progetto sul posto, vivendo lì, a contatto con la popolazione. Li chiamo i nostri “architetti condotti”, come i medici. Vado spesso nel quartiere e mi piace discutere con gli abitanti di tutto, anche di orti comuni e del progetto Portierato Sociale».
Portierato Sociale?
Renzo Piano  «Sì, è un’idea rubata agli inglesi. Ne avevamo discusso a lungo con Girolamo Sirchia, quando era ancora assessore a Milano. Funziona così: si uniscono alcuni appartamenti piccoli per farne uno grande dove possono vivere insieme otto o nove anziani assistiti. Ognuno ha la sua stanza, nessuno è solo o abbandonato».
E i giovani?
Renzo Piano «Arriveranno. Già arrivano. Non è vero che tutti vogliono fuggire dal Ponte Lambro. Quando avremo creato un vivaio di piccole imprese, non sarà più il luogo in cui i giovani vengono a dormire e poi spariscono. Occorre portare il lavoro, la vita attiva. Mescolare le funzioni, le classi sociali, le differenti etnie. Fare spazio agli interventi privati. Penso a piccoli laboratori, uffici, officine, stamperie: non si ha idea di quante attività nuove stiano nascendo, spesso appaltate dalla grande industria. E non sto parlando di lavoro a domicilio o impieghi solitari al computer di casa. Per fare tutto questo non c’è bisogno di demolire, bastano interventi di microchirurgia. E’ un processo molto più lento. Magari fosse stato così anche per il Muro di Berlino».

() nel processo di partecipazione tutto è sottile, contraddittorio, mutevole, e bisogna accettare questa condizione altrimenti il processo si falsifica. Ci vuole molto più talento nella progettazione partecipata di quanto ce ne voglia nella progettazione autoritaria, perché bisogna essere ricettivi, prensili, agili, rapidi nell’immaginare, fulminei nel trasformare un sintomo in un fatto e farlo diventare punto di partenza. Molti, sprovveduti o furbastri, pensano che partecipazione vuol dire trascrivere quello che i tuoi interlocutori chiedono. La partecipazione indiretta deve percorrere due strade: leggere i segni del territorio ed essere capace, attraverso questa lettura, di scoprire e interpretare la sua storia; considerando storia non solo il passato ma anche il presente e le aspettative future. Se è vero che ogni evento lascia segni nello spazio fisico, che tutto sta scritto nel territorio, si può arrivare a decifrare questa scrittura e capire il senso del luogo nel quale si deve progettare. (Giancarlo De Carlo in: Franco Bunçuga, Conversazioni con Giancarlo De Carlo, Elèuthera, Milano 2000)
Da più di trenta anni Lamberto Rossi sperimenta un’architettura/urbanistica partecipata basata sui concetti decarliani di lettura urbana e progettazione tentativa ovvero su un processo di conoscenza e di progettazione capace di mettere in tentazione il luogo attraverso una serie di aggiustamenti successivi.

Il gigante vista tangenziale che doveva essere un hotel  È, suo malgrado, il più noto esempio di edilizia incompiuta milanese. Impossibile non notare dalle tangenziali lo scheletro abbandonato in mezzo al verde. Doveva essere un hotel con 300 stanze distribuito su 240 mila metri quadrati. Doveva, perché il progetto fu avviato con la legge speciale per i Mondiali di Italia ’90. In vent’anni — tra passaggi di proprietà e vincoli urbanistici— non fu mai ultimato. Due anni fa l’annuncio dell’assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli: «Ne faremo un campus universitario». Niente da fare. Eppure, come spiega Antonio Macchitella del comitato Ponte Lambro, «un progetto c’è firmato dall’architetto Marco Romano e prevede la riqualificazione di tutto il quartiere».

«Io non mitizzo il calcio – dice don Agostino Brambilla, l’ inesauribile parroco di Ponte Lambro – ma credo che se avessimo un campo cinquanta ragazzini almeno li ruberemmo alla strada». I ragazzini di Ponte Lambro, giura don Agostino, sono meno aggressivi di una volta. L’ eroina è quasi scomparsa. «E non c’ è neppure troppa criminalità diffusa – spiega Antonio Tonani, ex tranviere ed ex comunista, memoria storica del quartiere – è raro che ti rubino la macchina, e se te la rubano sai a chi chiedere di fartela ritrovare». Le serate alla Cooperativa di via Vittorini (il vero cuore del quartiere, con buona pace di assessori e urbanisti) che una volta finivano a scazzottate, oggi vedono tutti insieme vecchi operai e ligéra d’ importazione, milanesoni e africani. Chissà cosa succederà, quando il progetto partirà davvero. Per adesso, a Ponte Lambro un po’ non ne sanno niente, un po’ sono sfiduciati («sulla carta a me piaceva – dice Tonani – ma chissà che fine farà»), un po’ ci ridono su. Come Aurelio Magnani, classe 1920, reduce dai campi di concentramento in India, uno dei vecchietti per cui gli urbanisti hanno progettato le abbey fields, le comunità alloggio dove far convivere quattro anziani autosufficienti: «Io a vivere con altre tre persone? Pronti. Ma voeuri anda’ duma cui giovin. E duma cui tusann. Solo giovani, e solo ragazze».

E’ come se c’era un’età dell’oro in cui  Renzo Piano , Marco RomanoLamberto Rossi,   don Agostino , Tonani,  Macchitella , Claudio Calvaresi, Linda Cossa ed altri, che sicuramente scopriremo,  coloravano tutti insieme Ponte Lambro.

Adesso che il grosso è stato fatto, la sensazione che abbiamo è che quello spirito sia andato perduto e non vorremmo che la cementificazione di Cascina Zerbone avvenga al di fuori da un clima come ” La città non è un monumento, è  un organismo che si muove, cambia, evolve e non deve essere fatta per  ma dai cittadini”, spiegando poi che il “dai cittadini”  non vuol dire far decidere direttamente la gente; bensì attivare un processo di riflessione collettiva per cui l’intera comunità acquista consapevolezza della propria storia fisica. La città, dunque, intesa come il più completo registratore delle vicende di una società: un grande palinsesto su cui viene continuamente scritta e riscritta la storia di una comunità. Imparare a leggere la città vuol dire anche imparare a ricostruire la vicenda storica, umana, sociale delle generazioni che ci hanno preceduto. E’ questo il punto: essere parte attiva di questo dialogo tra lo spazio fisico e la società che lo ha espresso.”

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