Consumo di suolo e riforme legislative: un territorio, due visioni

Ecco il testo di presentazione con cui Legambiente Lombardia invita le persone, tramite la sua mailing-list, al nostro Convegno Sul Contenimento del Consumo di Suolo .  E’ sicuramente un testo di supporto ad una tesi che vogliamo sia retoricamente trasformata in domanda in linea con la nostra idea di Spettatori Attivi

Legambiente Lombardia Convegno Consumo di Suolo 12/7/2013

La discussione su quale sia la norma ‘giusta’ per fermare il consumo di suolo tiene banco, e continuerà a farlo ancora a lungo ora che il Consiglio dei Ministri ha approvato il proprio disegno di legge. La proposta riprende il testo originario della cd. legge ‘Catania’ presentata dal Governo Monti, confermando alcuni miglioramenti introdotti nella discussione con le Regioni e cancellandone altri. Al cuore della proposta c’è l’indicazione di fissare per decreto una soglia massima di suolo agricolo “consumabile”. Un’idea alquanto grossolana e pericolosa di stabilire una zona franca (già sperimentata con insuccesso, ad esempio dalla Regione Veneto e dalla Provincia di Milano, dove la creatività dei pianificatori comunali si è cimentata nel truccare numeri e interpretazioni spensierate al fine di giustificare vistosi sforamenti delle soglie pur perentorie), una linea rossa oltre la quale non si può far nulla. Ma, entro la soglia concessa, si può fare tutto, anche in termini di nuova urbanizzazione, per di più fregiandosi dell’attributo di comune virtuoso, semplicemente perchè si è consumato un po’ meno di quanto il decreto dello Stato Centrale avrebbe consentito di fare.
Al Parlamento lasciamo la responsabilità di migliorare quella norma, anche solo per ripristinare le modifiche concordate con le Regioni (che avevano ottenuto, in sede di Conferenza Unificata, che quella soglia non fosse un limite arbitrario ma un obiettivo da raggiungere attraverso programmi e riforme strutturali sviluppate dalle Regioni stesse, esattamente come avviene nella normativa tedesca). Al di là di cosa (e se) verrà approvato dal Parlamento, quel testo è figlio di una visione, cara ad una semplice e vecchia idea della pianificazione come mosaico di vincoli e destinazioni ammesse, che – se va bene per difendere beni culturali e ambientali, visuali sensibili e centri storici – non è lo strumento adatto per passare all’offensiva, mettendo in campo valori positivi sul suolo e sulla città. Un’idea che, variamente declinata, trova spazio in diverse delle proposte di legge scritte da parlamentari di maggioranza e di opposizione, e che verranno discusse congiuntamente a quella del Governo.
Fissare un limite invalicabile (per quanto?) in forma di linea sulla carta, stabilire che ‘non si va oltre’ è, paradossalmente, un grande favore alla rendita immobiliare, sempre attratta da linee, che siano strade, coste o confini di parco. Perchè qualcosa succede lungo quelle linee. Succede ad esempio che una urbanizzazione lì appostata diventa un appartamento di pregio con vista parco, o affaccio a lago. Si vende meglio, e spuntando prezzi più alti, connessi con la garanzia (istituzionale) che davanti alla finestra il cliente non vedrà sorgere un nuovo palazzo ad occultare quella vista tanto bramata. Ma poi, in definitiva, è solo una linea. E se è complicato spostare una linea di costa, il confine di un parco invece sarà pur modificabile, all’occorrenza, per le solite impreviste e ineludibili necessità, o per funzioni che devono occupare proprio quello spazio fino a ieri intangibile (vedi la terza pista di Malpensa nel Parco del Ticino o il Cerba nel parco sud Milano, o le piste mondiali per lo sci nel Parco dello Stelvio). Figuriamoci poi se parliamo di confini tra zone urbanistiche: il film è già visto, in mille varianti, da quando Francesco Rosi lo ha impresso su pellicola, 50 anni fa, con ‘Le mani sulla Città’.
Sui confini si apposta la rendita immobiliare. A descrivere la misura in cui i confini invalicabili si trasformino in nuovi orizzonti di consumo di suolo basti l’esempio del Parco Agricolo Sud Milano, una linea tracciata nelle fertili campagne del Milanese. Il parco ha funzionato nell’azione di conservazione al suo interno (anche se urbanizzazioni, opere non altrimenti localizzabili e simili si sono portate via, in dieci anni, 1042 ettari di terre fertili). Ma appena fuori dai suoi confini? I ricercatori del CRCS (www.consumosuolo.org) hanno provato a misurare le trasformazioni d’uso del suolo entro una fascia di 500 m all’esterno dei frastagliati confini del parco, ebbene: in dieci anni, sono scomparsi sotto il cemento 2042 ettari di SAU: in totale, nel parco agricolo e ai suoi stretti margini sono sparite aree agricole corrispondenti al 45% di quelle scomparse, nello stesso periodo, nell’intera provincia di Milano, capoluogo compreso. Ecco come funzionano i confini. E’ ovviamente fin troppo facile prevedere che presto la provvista di suoli esterni al parco non potrà che esaurirsi. E infatti nel Parco Sud è già iniziata la stagione delle deroghe ai confini, ovvero dello spostamento della linea oltre il quale non si poteva andare.
Alla visione difensiva, così cara all’intellighenzia urbanistica e all’ambientalismo ‘sindacale’ delle tante e giuste battaglie civili per istituire e difendere quei confini, fa da contraltare una modalità molto più aggressiva per fermare il consumo di suolo: una modalità che pretende di agire sulla leva economica – il differenziale di rendita – che determina l’espansione urbana, e che si regge su due pilastri per neutralizzarne la dinamica espansiva: la penalizzazione delle urbanizzazioni su terreni liberi, e l’incentivazione/semplificazione degli interventi di rigenerazione urbana. Si tratta di un fronte da aprire necessariamente se vogliamo che il suolo diventi bene comune nei fatti, e non solo nelle carte dei piani. Non stupisce che la proposta di legge (cd. ‘Realacci’) che ha introdotto questo principio sia entrata nell’occhio del ciclone della polemica. E’ una proposta dirompente per chi da decenni si era accomodato sugli accrediti intellettuali garantiti dall’ambientalismo della conservazione, e che ha portato voci autorevoli a gridare allo scandalo per una proposta che contiene il principio in virtù del quale per urbanizzare bisognasse pagare: un mercimonio indecente, contrapposto alla situazione attuale in cui invece urbanizzare, consumare suolo, è gratis e fa tanto arricchire chi lo fa.
A noi, invece, l’approccio etico e il giusto sdegno non bastano. Viviamo il momento più favorevole di sempre per introdurre una riforma dei suoli, con la consapevolezza che ad essa deve associarsi anche una presa di responsabilità verso il troppo (e generalmente male) costruito dei decenni passati. In questo momento cambiare le regole, trascrivere nell’ordinamento del nostro Paese le misure indicate dalla strategia europea sui suoli (che prospetta un obiettivo ‘consumo netto di suolo pari a zero’, anche se da qui al 2050), significa cogliere un’occasione irripetibile, per impedire che dopo la crisi il capitale finanziario torni ad alimentare quella macchina distruttrice che è la speculazione immobiliare sui suoli liberi.

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2 Comments Add yours

  1. mdelfabbro ha detto:

    Le argomentazioni qui proposte sono convincenti e ben illustrate. Auspicherei però maggiore coraggio nel sostenerle. Mi sembra infatti che questa posizione sia di compromesso rispetto a un percorso che inserisca anche il suolo tra i “beni comuni” (come l’acqua).
    Posizione legittima, certo, come legittimi sono i compromessi in politica. Ma lo si dica più apertamente. La critica al principio “pago per urbanizzare” può anche essere vista come inutilmente arroccata su posizioni idealistiche; tuttavia l’accettazione di questo principio cancella irrimediabilmente il suolo dalla lista dei potenziali “beni comuni”, che sono tali proprio perché al di fuori delle logiche monetarie. E’ una scelta legittima e più “realista” di altre, ma si rifletta anche alle implicazioni a lungo termine che essa ha.
    La vera sfida, a mio parere, in questo momento, consiste sì nel superare gli strumenti assodati della pianificazione, le destinazioni d’uso e le linee rette, come si afferma nell’articolo, ma non nella direzione del “pago per urbanizzare”. Proprio la difficoltà di tale sfida chiama tutti i soggetti coinvolti a un’apertura e un ascolto attivo reciproci.

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